4 febbraio 2008

L'altra Verona




Ma chi l’ha detto che l’ospedale è semplicemente un luogo di cura? È il primo pensiero che sale alla mente quando seduti ai poliambulatori dell’ospedale maggiore di Borgo Trento, notiamo alcune persone con il caffè in mano che guardano nel vuoto. Sono clochard, sei per l’esattezza. Tutti i giorni appena il Cup (centro unificato prenotazioni) apre al piano interrato del pronto soccorso, le sei e mezza, entrano e cercano pace e rifugio.
«Qui siamo sicuri che non ci accadrà nulla di male. Stiamo al caldo, sorseggiamo a lungo un caffè. E parliamo tra di noi», è la risposta che danno quasi all’unisono.
Sono italiani, marocchini. Hanno in comune la perdita del lavoro, un infortunio grave o una malattia invalidante. Gli italiani, forse sono veronesi, preferiscono non parlare. Ce n’è uno in particolare che viene protetto e giustificato per l’atteggiamento spaventato e di smarrimento che ha assunto quando lo abbiamo invitato a raccontarci la sua storia.
Indossa i pantaloni di una tuta e cammina a fatica aiutandosi con un bastone. «Non può parlare, è sordo e anche muto. Cammina male perché cinque anni fa è caduto in un cantiere edile e da allora non è stato più lui. Sappiamo solo che è italiano e dorme con noi a Corte Marini in questi giorni definiti di emergenza freddo», si affrettano a dire due amici nativi di Casablanca. Gli addetti alle pulizie così come anche alcuni infermieri, convivono con loro da tempo. Non si preoccupano più di tanto. Anzi, quando una donna in particolare, affetta sicuramente da disturbi comportamentali, pone i pantaloni di ricambio sui termosifoni per farli asciugare, fanno finta di nulla. «L’anno scorso ha aggredito una nostra collega che l’aveva richiamata perché dormiva sulle sedie», ricordano due inservienti, «non fa male a nessuno, basta lasciarla stare. Certo a noi qualche volta pesa dovere pulire dove sporca, ma cosa si può fare per questa povera gente?».
Anche i pazienti dei diversi ambulatori non si lamentano.
Mohammed è ben vestito. Ha la barba tagliata, un giaccone pesante, jeans: non si direbbe che vive da barbone. È in Italia da 17 anni, «lunghissimi», assicura. Ha lavorato tra Verona e Vicenza fino al 2006. «Il datore di lavoro è fallito. Non mi ha pagato e così mi sono rivolto ai sindacati. Ma non c’è stato nulla da fare», dice in corretto italiano, «ho provato a chiedere all’Inps di darmi indietro quanto mi veniva accantonato per la pensione, ma mi hanno detto che devo aspettare di avere 60 anni. Ne ho soli 43, una figlia e una moglie in Marocco. Sono disperato, da otto mesi dormo nei dormitori, mangio nelle mense dei poveri. Ho perso i miei pochi beni».
La sua storia è come quella di tanti altri immigrati: è stato messo in regola perché vittima di un incidente sul lavoro. Poi a distanza di anni è stato lasciato a casa con la scusa del fallimento. «Ora lo stesso datore ha un’altra ditta dove a lavorarci sono tutti romeni sottopagati», puntualizza. Ha gli occhi scuri Mohammed, e lucidi: non piange per dignità. Ci ringrazia per aver raccolto il suo sfogo poi lascia la parola al suo compagno di sventura.
Redouan ha 44 anni. A Casablanca ha ancora i genitori. «Ho perso il lavoro perché ho avuto problemi con l’alcol. Sono seguito dai servizi grazie ad un’associazione “Il Corallo”, che è la stessa che gestisce Corte Marini», spiega con calma, «sono stato anche in comunità. Ora cerco lavoro ma non me ne danno: sono rimasto senza permesso di soggiorno. E questo lo hai se lavori. Insomma la vicenda si traduce in: è come un cane che si morde la coda».
Anche Redouan si tiene ben vestito. Tifa Juve e gli piacciono gli spaghetti. «Mi manca la mia terra, mi sento male se ci penso a come sono ridotto».
Qualche seggiola più in là c’è un signore, legge un giornale free press. Ha le mani deformate dall’artrite. Quando inizia a raccontare la sua storia ci accorgiamo che non ha più un dente in bocca: ha più di sessant’anni.
«Sono in Italia dal 1989. Sono stato fortunato, vivevo a Perugia e dopo un solo anno ero già in regola. Era facile trovare il posto in quegli anni. La gente, gli italiani non ti sfruttavano. Sono arrivato a Verona perché qui c’è un importante centro per la mia malattia. Non potevo più lavorare. L’ultimo che ero riuscito a fare era in uno stabilimento di prodotti alimentari. Era il 2002 ed ero convinto che con la visita medica per chiedere l’invalidità mi sarebbe stata certificata. E sarei tornato a casa, dalla mia famiglia. Invece mi hanno detto che ero invalido al 60 per cento. Così ho anche perso il lavoro. Ora non posso muovere più le mani. Soffro moltissimo e vorrei solo riavere indietro i miei contribuiti per tornarmene a casa». Si asciuga le lacrime e si scusa.

Dall'Arena - di Anna Zegarelli

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